LE GIORNATE DAI NONNI
Quand’ero bambina, c’era una cosa che succedeva quasi ogni giorno, come un piccolo rito che ormai faceva parte della mia vita: nonno Giovanni veniva a prenderci. Lui stava seduto in piazza al posto di sempre, come se quel tratto di muretto chiamato ‘scalone di Lecce’ fosse stato costruito apposta per lui e gli anziani che si facevano compagnia, passando il tempo tra chiacchiere e critiche. Ma noi lo sapevamo: bastava aspettare il suono delle dodici, il rintocco pieno del campanile, e il nonno si sarebbe alzato. Era un gesto preciso, quasi solenne. Si tirava su piano, appoggiando le mani sulle ginocchia, e poi si incamminava verso ‘lu carroli’, la stradina dove abitava, con quel passo che avrei riconosciuto anche a occhi chiusi. Non avevamo bisogno di dirgli niente. Era il suono dell’orologio della chiesa a chiamarlo, a ricordargli che era ora di venire a prenderci. E lui non mancava mai.
Lo vedevamo salire le scale con la sua andatura familiare, un po’ lenta ma decisa, come se ogni gradino fosse un pezzo della nostra storia.
Passava prima dai miei cugini che abitavano più giù della mia casa, sempre con quel suo passo tranquillo. Lo sentivo arrivare e già dalle scale vedevo comparire il suo sorriso grande, quello che gli faceva brillare gli occhi.
“Beh, guagliu’! Venite con me, oggi si mangia da nonno!” diceva, come se fosse la sorpresa del secolo, anche se lo faceva quasi tutti i giorni. Eppure, mi emozionavo ogni volta.
Per lui portarci a casa sua era gioia pura. Si vedeva che gli faceva bene al cuore. Io e i miei cugini ci guardavamo, mollavamo tutto e correvamo a prendere le scarpe. Il nonno camminava dietro a noi come se stesse proteggendo tesori preziosi, e io mi sentivo speciale, scelta, amata.
Noi eravamo felici, perché con il nonno ogni cosa sembrava più leggera, più bella, più nostra.
Ma appena apriva la porta di casa, iniziava la scena che ormai conoscevamo a memoria. Nonna Amelia ci guardava come se fossimo spuntati dal nulla, e subito si metteva le mani sui fianchi e scuoteva la testa.
“Mannaja lu’subbissu, (mannaggia la miseria) di nuovo? Puru goj (anche oggi)? Io non ho cucinato per tutti!” diceva, con quella voce che riempiva la cucina e sbatteva un coperchio sul tavolo, come per sottolineare ogni parola. Il nonno avanzava di due passi, puntandole un dito contro.
“E allora? Non possono venire? Sono i miei nipoti!”
“Pure i miei” ribatteva lei, con gli occhi che lanciavano scintille. Intanto si sistemava il grembiule con un gesto nervoso.
“Carulì, non ricominciare, eh! Non farmi arrabbiare nandi li guagliuni!” (davanti ai bambini).
La voce del nonno diventava più dura, più pesante.
“Ah, mo’ è colpa mia? Tu li porti qua come se questo fosse un porto di mare!”
E apriva la credenza con uno strattone, facendo tremare i bicchieri. Il nonno sbuffava, si passava una mano sulla fronte.
“Parla, parla… e cucina puru pi li guagliuni, ca sa no’ ti jettu nu zampatuni… (parla e cucina anche per i bambini, altrimenti…) e finiscila. Fai sempre così ogni giorno.”
“Mo’ cucino per forza! Se aspetto te, moriamo di fame!” diceva la nonna.
E già tirava fuori la pentola più grande, quella delle occasioni impreviste. Il nonno faceva finta di niente, come se fosse la prima volta che succedeva, e si sedeva al tavolo, borbottando qualcosa che non capivamo, ma che sicuramente non era un complimento. Poi, quando voleva darle l’ultima stoccata, quella che la faceva arrabbiare davvero, si sporgeva un po’ in avanti e diceva piano, con quel mezzo sorriso furbo:
“Eh, Carulina bella… sempre a lamentarti. Sbrigati, che i bambini hanno fame”.
La nonna si voltava di scatto, irrigidita.
“Agguà nu mi chiamu Carulina! E… nu’ vogliu chiamata accusì. E...finira.”
La sua voce non era più quella del rimprovero: era un avvertimento sottile, quasi un filo di dignità che cercava di non spezzarsi.
Lui la fissava per un istante, duro, come se volesse avere l’ultima parola anche solo con lo sguardo.
Lei, allora, tornava alle pentole, senza aggiungere altro. Era il suo modo di chiudere la questione, di non alimentare una discussione che poteva diventare più pesante. Noi bambini restavamo lì, in silenzio, sapendo che quello era il loro equilibrio: ruvido, imperfetto, ma reale. Un modo di stare insieme che apparteneva al loro tempo, alla loro storia, a un mondo che oggi non esiste più.
Trattenevamo le risate, perché sapevamo già come sarebbe finita. La nonna brontolava, il nonno non rispondeva perché arrabbiato, e noi restavamo fermi come statue, sperando che la tempesta passasse in fretta. E mentre la pasta scivolava nell’acqua bollente, la tempesta pian piano si placava. Era così ogni giorno, e tutto quel brontolìo della nonna ci sembrava normale, sì… perché intanto ci riempiva il piatto due volte.
Se chiudo gli occhi, sento ancora il rumore delle pentole, le loro voci che si rincorrono, e quel modo tutto loro di volersi bene senza mai dirlo. Era, credo, il loro piccolo teatro di famiglia, un teatro fatto di gesti ripetuti, di parole dure e di silenzi che pesavano più delle voci. Noi eravamo gli spettatori in prima fila, senza sapere che un giorno il sipario si sarebbe chiuso. Quando è successo, ci siamo ritrovati a cercare ovunque un suono, un odore, un gesto che ci riportasse a quel mondo, così fragile e così forte. Perché era il nostro.
Dopo mangiato, il nonno chinava la testa sul tavolo, chiudeva gli occhi e noi dovevamo stare zitti. Ma appena si svegliava, con i pochi capelli arruffati e l’aria soddisfatta, arrivava il momento che lui, ma anche noi aspettavamo più di tutto.
“Pigliate le carte, sulla credenza” ci diceva, “… giochiamo a asso pigliatutto!”
Allora iniziava la vera battaglia.
Le carte le mescolavamo noi e un asso finiva sempre in fondo al mazzo. Noi eravamo birichini veri. Ci scambiavamo occhiate complici, avevamo i nostri piccoli trucchi, le nostre astuzie da bambini. Lo ammetto, a volte fregavamo il nonno. Ci passavamo le carte sotto il tavolo, ci facevamo segnali, ridevamo come matti, pensando che lui non se ne accorgesse, anche se ci guardava storto.
“Sti fissilli futtuti…’mbrogliani” (questi furbetti mi imbrogliano), diceva a voce alta come se avesse capito tutto e poi sorrideva. Certo, lo sapeva benissimo che lo imbrogliavamo, ma gli piaceva così. Gli piaceva vederci ridere ed esultare quando a fine partita l’avevamo vinto, e fare i furbi come piccoli briganti.
Erano giornate semplici, fatti di niente e di tutto, di discussioni che duravano cinque minuti, pranzi improvvisati, pisolini rumorosi e carte che volavano sul tavolo. Ma erano anche giornate piene di spensieratezza, quella vera, che ti resta dentro per sempre.
Oggi, quando ci ripenso, mi accorgo che quello era il nostro piccolo mondo perfetto. Era la piccola, meravigliosa routine della nostra infanzia… Era casa.



